Ho mosso i primi passi nella fotografia guardando quello che mi circondava attraverso una Kodak Tri-x: ho sempre amato le immagini in bianco e nero. È una fotografia senza tempo che da sempre caratterizza la storia della nostra epoca. Ha raccontato storie sublimi attraverso il suo lato sognante e ci ha mostrato i reportage più crudi col suo modo unico di essere drammatica e intensa, spogliata della carnalità del colore.

Se pensiamo a una fotografia “emozionale” penso che a quasi tutti noi verrà in mente una qualche famosa immagine in bianco e nero, ma non credo che questo sia esclusivamente un fattore culturale legato alla storia e alla letteratura di reportage. Nel guardare una foto in bianco e nero l’osservatore può essere spinto, più o meno volontariamente, a trasferire in essa un’emozione, a partecipare attivamente alla visione della realtà del fotografo, come a colmare la mancanza di quel qualcosa che renda la visione più congeniale.

Nella fotografia di natura, dove l’elemento umano non è presente – ed è quindi più difficile il processo di identificazione – questo passaggio assume, secondo me, una carica ancora maggiore.

Eliminare il colore, in un’immagine in bianco e nero che “funzioni”, vuol dire a tutti gli effetti togliere un elemento di distrazione che interferisce con la capacità dell’osservatore di vedere sfumature, trame e contrasti. La composizione diventa l’elemento fondamentale per guidare l’occhio attraverso l’immagine usando linee, forme, ombre ed arrivare dritti al punto di quello che si vuole trasmettere o mettere in evidenza.


Prendo a esempio proprio la mia foto Eye-light, premiata nell’edizione 52 del Wildlife Photographer of the Year.
Il soggetto è uno storno splendido blu minore e, come si capisce dal nome, si tratta di un animale dai colori stupendi. In questa immagine, tuttavia, non ne volevo mettere in evidenza il magnifico piumaggio quanto l’occhio ipnotico, dello stesso colore del sole che si rifletteva sull’acqua sullo sfondo. In questo caso una classica immagine a colori, come ce ne sono tante, non avrebbe funzionato: il colore delle piume sarebbe stato un elemento di distrazione, troppo in evidenza rispetto all’elemento che invece volevo mettere in risalto. Ecco quindi che la scelta del bianco e nero diventa quasi un’imposizione, sia dal punto di vista puramente funzionale all’immagine che per la carica emozionale data dall’atmosfera di un bellissimo tramonto sul lago.

Questo porta ad un’altra riflessione: perché un’immagine monocromatica funzioni davvero bisogna sapere in partenza dove si vuole arrivare; comporre la foto avendo ben chiaro che saranno altri elementi, e non i colori, a guidare l’occhio dell’osservatore verso il centro di interesse dell’immagine. Occorre pensare in bianco e nero, come ha detto Berengo Gardin, “guardare meglio”. Nella mia esperienza posso dire che questo approccio più minimale e restrittivo, costruire cioè un’immagine guardandone solo le componenti principali, non solo mi ha portato a migliorare la produzione in bianco e nero, ma mi ha insegnato a fotografare meglio in generale.




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MULTIVISIONE DEDICATA ALLE POPOLAZIONI DI BUE MUSCHIATO NEL PARCO NAZIONALE DI DOVREFJELL.


La regione Artica si sta riscaldando ad una velocità più che doppia rispetto al resto del pianeta. L’impatto dell’aumento delle temperature e il cambiamento dei modelli meteorologici sta già avendo delle ripercussioni sulla vita delle popolazioni di bue muschiato del grande nord.
Sarebbe un disastro per tutto l’ecosistema artico se in futuro si perdesse una specie che sta calpestando la tundra da millenni.

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